La psicosomatica è un ampio campo della patologia che si colloca a metà strada tra la medicina e la psicologia, in quanto indaga la relazione tra mente e corpo, ovvero tra il mondo emozionale ed affettivo e il soma. Nello specifico, la psicosomatica ha lo scopo di rilevare e comprendere gli effetti negativi che la psiche, la mente, produce sul soma, il corpo.
I disturbi psicosomatici si possono considerare malattie vere e proprie che comportano danni a livello organico e che sono causate o aggravate da fattori emozionali.
I sintomi psicosomatici coinvolgono il sistema nervoso autonomo e forniscono una risposta vegetativa a situazioni di disagio psichico o di stress. Le emozioni negative, come il risentimento, il rimpianto e la preoccupazione possono mantenere il sistema nervoso autonomo (sistema simpatico) in uno stato di eccitazione e il corpo in una condizione di emergenza continua, a volte per un tempo più lungo di quello che l’organismo è in grado di sopportare. I pensieri troppo angosciosi, quindi, possono mantenere il sistema nervoso autonomo in uno stato di attivazione persistente il quale può provocare dei danni agli organi più deboli.
Disturbi di tipo psicosomatico possono manifestarsi nell’apparato gastrointestinale (gastrite psicosomatica, colite spastica psicosomatica, ulcera peptica), nell’apparato cardiocircolatorio (tachicardia, aritmie, cardiopatia ischemica, ipertensione essenziale), nell’apparato respiratorio (asma bronchiale, sindrome iperventilatoria), nell’apparato urogenitale (dolori mestruali, impotenza, eiaculazione precoce o anorgasmia, enuresi), nel sistema cutaneo (la psoriasi, l’acne, la dermatite psicosomatica, il prurito, l’orticaria, la secchezza della cute e delle mucose, la sudorazione profusa), nel sistema muscoloscheletrico (la cefalea tensiva (o mal di testa), i crampi muscolari, la stanchezza cronica, il torcicollo, la fibromialgia, l’artrite, dolori al rachide, la cefalea nucale) e nell’alimentazione.
sintomi psicosomatici sono comuni nelle varie forme di depressione e in quasi tutti i disturbi d’ansia, ma esistono dei disturbi psicosomatici veri e propri in assenza di altri sintomi di natura psicologica, che rendono più difficile, per il soggetto, imputare il malessere fisico ad un problema psicologico piuttosto che ad un malfunzionamento organico.

DOLORE CRONICO

L’International Association for the Study of Pain (IASP, 1979) definisce il dolore come un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associate a danno tissutale in atto o potenziale, o descritta in termini di danno. Come si evince dalla definizione dell’ IASP, il dolore è il prodotto di due componenti, la componente percettiva (o nocicezione) che consente la ricezione e il trasporto al SNC di stimoli potenzialmente lesivi per l’organismo e quella esperienziale (del tutto privata e soggettiva) che è lo stato psichico collegato alla percezione di una sensazione dolorosa. In questa seconda componente entrano in gioco fattori emozionali, cognitivi, socio-culturali e comportamentali che determineranno la reazione del tutto peculiare dell’individuo all’esperienza dolorosa stessa.

Per dolore cronico s’intende “un dolore che persiste più a lungo del corso naturale della guarigione che si associa a un particolare tipo di danno o di malattia” (Bonica, 1953). Mentre il dolore acuto è considerato un sintomo di una malattia sottostante, il dolore cronico presenta caratteristiche tali da poter essere definito esso stesso una malattia.

Nell’esperienza medica il dolore cronico rappresenta una tra le manifestazioni più importanti della malattia; inoltre, fra i sintomi, è quello che tende a minare maggiormente la qualità di vita. Una sua gestione errata o del tutto assente crea conseguenze fisiche, psicologiche e sociali molto importanti e, se si calcolano le giornate lavorative perse, comporta un’importante ricaduta economica. Se a queste considerazioni si aggiunge il fatto che la forma di dolore più invalidante, quella cronica, colpisce circa il 25-30% della popolazione, si comprende come l’assistenza di questo aspetto clinico sia una vera e propria priorità per il nostro sistema sanitario.

Le principali cause di dolore cronico sono malattie come i tumori, in quel caso parliamo di dolore oncologico, malattie reumatiche come la fibromialgia, l’artrite reumatoide, l’osteoartrosi, lesioni ai nervi e danni muscolari che non riescono a raggiungere una guarigione completa. Comunemente vengono distinti due tipologie di dolore cronico a seconda della localizzazione del danno:

  • Dolore nocicettivo, quando è legato ad un danno dei tessuti (es. osteoartrosi)
  • Dolore neuroepatico, quando associato ad una disfunzione del sistema nervoso centrale (es. nevralgia)

Tale distinzione è importante ai fini della terapia, in quanto i farmaci utilizzati per il dolore nocicettivo, come i FANS, non sono efficaci sul dolore neuropatico, per il quale possono invece essere indicati farmaci antidepressivi o farmaci antiepilettici come il gabapentin.

Il dolore ha una funzione fondamentale per la sopravvivenza sia nell’uomo che nell’animale, in quanto svolge la funzione di segnale di allarme rispetto alla necessità di intraprendere un’azione (attacco/fuga) a seguito di un’aggressione o di un danno all’integrità fisica. I nocicettori sono presenti nella totalità degli organismi viventi non vegetali e sono deputati a segnalare la presenza di stimoli dolorifici, sono pertanto fondamentali per la sopravvivenza. Quando il dolore diventa cronico, viene meno la sua funzione biologica di segnale d’allarme utile per la sopravvivenza e diventa esso stesso causa di sofferenza.

FIBROMIALGIA

La fibromialgia è una malattia reumatica ad eziologia sconosciuta caratterizzata da dolore muscolo-scheletrico diffuso e da altri sintomi a carico di numerosi organi e apparati. Si manifesta principalmente con le seguenti sensazioni:

  • Iperalgesia, cioè percezione di dolore muscolare molto intenso anche rispetto a stimoli dolorosi lievi (es. vestiti aderenti) che, a seconda dei casi, può essere localizzato o diffuso in tutto il corpo.
  • Rigidità generalizzata oppure localizzata al dorso o a livello lombare, soprattutto al risveglio, oppure dopo essere stati fermi nella stessa posizione (seduti o in piedi) per molto tempo.
  • Stanchezza e affaticamento anche per minimi sforzi con ridotta resistenza alla fatica. Una specie di stanchezza che ricorda quella normalmente riferita in corso di influenza o in casi di mancanza di sonno.
  • Disturbi del sonno: i muscoli, in continua tensione, non permettono di riposare in maniera adeguata; si manifestano frequenti risvegli notturni, la fase profonda del sonno (stadi 3 e 4 di sonno NREM) è disturbata e il sonno non è ristoratore, per cui il paziente al risveglio si sente affaticato come se non avesse dormito affatto.

Mal di testa, emicrania, vertigini, extrasistole, crampi, parestesie, formicolio o intorpidimento di mani, piedi, braccia o gambe, disturbi d’ansia e depressivi, difficoltà di concentrazione, di memoria, di ricordare parole o nomi (fenomeno chiamato ‘fibro frog’) sono le altre manifestazioni sintomatologiche più spesso associate alla fibromialgia.
Non ci sono esami clinici di laboratorio che dimostrino la presenza della fibromialgia, pertanto la diagnosi è essenzialmente clinica e viene fatta dallo specialista con semplici manovre di digitopressione. La tensione muscolare si manifesta in alcuni punti precisi del corpo, che sono detti “tender points” o “punti sensibili” e sono una caratteristica specifica della fibromialgia. Quindi, per fare diagnosi, occorre che risultino dolenti alla pressione delle dita del medico almeno 11 dei 18 “punti sensibili”, oltre al fatto che il paziente deve riferire dolori diffusi da almeno tre mesi, rigidità muscolare soprattutto mattutina, stanchezza cronica, crampi, parestesie. Nel 2010 l’American College of Rheumatoloy ha proposto nuovi criteri diagnostici che si basano sulla presenza di sintomi quali astenia, disturbi di tipo cognitivo, disturbi del sonno e difficoltà nello svolgere una qualsiasi attività, comprese le normali attività quotidiane. I nuovi criteri per la fibromialgia propongono, quindi, l’utilizzo di scale che permettono di valutare in ciascun paziente sia l’intensità del dolore, attraverso l’indice di dolore diffuso (Widespread Pain Index, WPI), sia la gravità delle altre manifestazioni cliniche caratteristiche della fibromialgia, attraverso la scala di gravità dei sintomi (Sympton Severity Scale).
Anche in relazione al fatto che tutti gli esami clinici mostravano esiti negativi, negli anni ’40 la fibromialgia venne considerata un disturbo di origine unicamente psicologica e inquadrato allo stesso livello di una somatizzazione. L’ipotesi psicologica ha avuto una forte credibilità e, ancora oggi, nonostante i recenti dati di ricerca, continua ad avere la sua influenza.
Gli esami effettuati con i sistemi di neuro-imaging mostrano una iperattività del sistema nervoso simpatico che produce una ipervascolarizzazione dei tender points e una diminuzione del flusso cerebrale nelle aree responsabili della trasmissione e della modulazione del dolore. Questo potrebbe essere la spiegazione dell’iperalgesia che i pazienti con fibromialgia sperimentano, in quanto il malfunzionamento di queste aree cerebrali porta ad una errata interpretazione degli stimoli dolorosi.
Inoltre, sono state dimostrate in casi di fibromialgia alterazioni di numerosi neurotrasmettitori tra cui la serotonina, la noradrenalina e la dopamina coinvolti nella modulazione del dolore e nella regolazione del sonno.
Gli esperti concordano nel sostenere che l’amplificata percezione del dolore presente nei soggetti fibromialgici, fenomeno definito allodinia, per il quale uno stimolo innocuo viene percepito come doloroso, sia dovuta ad una sensibilizzazione centrale. In generale, la fibromialgia sembrerebbe legata ad una disfunzione cerebrale di elaborazione del dolore. In pratica, non è ancora sufficientemente chiaro se sono fattori psicologici, come ansia, stress, tono dell’umore, percezione di auto-efficacia nel controllo del dolore, strategie di coping a generare le alterazioni cerebrali oppure se queste alterazioni provochino come effetto secondario un malessere psicologico.
Anche se non ci sono abbastanza evidenze per confermare o disconfermare queste ipotesi, è indubbio che i fattori psicologici influiscano in maniera significativa sulla sintomatologia dolorosa. E’ noto, infatti, come un continuo stato di allarme, di ansia e di tensione ma anche un senso di insoddisfazione cronica, possano influenzare il sistema nervoso simpatico e i relativi neurotrasmettitori.

COLON IRRITABILE

La sindrome del colon irritabile (IBS = irritable bowel sindrome) è una patologia che interessa l’ultimo tratto dell’intestino, detto colon.
Comunemente viene chiamata colite, termine generico per indicare un’infiammazione del colon; anche se in realtà ne esistono di diversi tipi la colite psicosomatica (o colon irritabile) è quella più diffusa (e in forte aumento nella popolazione).
Nel 1892 fu coniato il termine di colite mucosa, per una patologia intestinale che comprendeva emissione di feci con muco e coliche addominali, in pazienti con disagio psicologico, quindi già una forma di colon irritabile. In seguito fu chiamata anche colite nervosa o spastica, sempre su base psicosomatica.
Tradizionalmente, in medicina, la sindrome del colon irritabile è una diagnosi di esclusione: non è mai stata dimostrata una correlazione con la motilità intestinale e, quindi, resta una patologia clinica indefinita.
Le cause che provocano questa malattia non sono ancora del tutto chiare, anche se dai risultati di numerose ricerche scientifiche sembra ormai nota la correlazione diretta tra la colite psicosomatica e il ripetersi nel tempo di condizioni di stress, ansia, emozioni negative nella vita del paziente.
Questi fattori psicologici sarebbero a loro volta intensificati da uno stile di vita sedentario, alimentazione disordinata e povera di fibre, assunzione di alcol, caffeina, fumo, situazioni molto comuni nella nostra società.
La sindrome del colon irritabile (o colite), dunque, è ormai considerata un disturbo a base non organica e fa parte di tutta quella vasta gamma di disturbi psicosomatici, dove condizioni di malessere psicologico vanno a provocare problemi a livello organico, in varie sedi del nostro corpo.
L’apparato gastro-intestinale (in particolare il colon) è, forse, il prediletto come bersaglio e, per avvalorare questa tesi, si fa riferimento alla cosiddetta teoria dei 2 cervelli ( o asse cervello-intestino), dove si riconosce un collegamento tra il sistema nervoso centrale e l’intestino, sviluppatosi in età fetale grazie a determinate cellule aventi stessa funzione e stesse caratteristiche.
I sintomi della colite spastica psicosomatica sono vari, principalmente si riscontrano fastidi addominali come meteorismo, gonfiore, flatulenza, tensione, spesso associati a nausea, cefalea, ansia, stanchezza, umore depresso, difficoltà di concentrazione.
L’attività intestinale alterna periodi di stipsi a diarrea. In alcuni casi anche il dolore è saltuario e, spesso, si risolve con la defecazione; in altre forme di colon irritabile si nota una diarrea “urgente” ma non dolorosa, in concomitanza con i pasti ( a volte anche con incontinenza fecale nelle forme più severe).

DERMATITE PSICOSOMATICA

La dermatite è una patologia che riguarda la pelle e che solitamente consiste in una reazione infiammatoria che si manifesta sotto forma di irritazione. La dermatite può essere o meno di natura contagiosa (se non lo è si parla anche di eczema). Le cause possono essere molto varie e diversificate e, in base ad esse, la dermatite assume una differente natura e, conseguentemente, richiede diversi tipi di trattamento:

  • microbica (batterica, virale, micoica, protozoica)
  • fisica (come quella conseguente a bruciature)
  • chimica (provocata da sostanze esterne, come detersivi o diluenti)
  • parassitarie (causata da parassiti specifici)

La dermatite può anche essere il risultato di uno stato di sofferenza interno all’organismo, quindi avere cause:

  • allergiche
  • autoimmunitarie
In quest’ultimo caso, essa può essere una sorta di reazione di difesa dell’organismo verso particolari processi endogeni, che possano causare sofferenza all’organismo stesso (per esempio, situazioni di stress elevato possono causare una reazione simile e dare origine, o acutizzare quando già presente, una forma di dermatite, in particolare la forma conosciuta come psoriasi). Si parla quindi di dermatite psicosomatica quando non esistono riconosciute cause organiche che la determinino.
Spesso, quindi, le dermatiti tendono ad acutizzarsi in situazioni di stress: molti studi confermano infatti come i cosiddetti “ormoni dello stress” (come il cortisolo) abbiano il potere di stimolare ulteriormente la risposta immunitaria all’irritazione.

CEFALEA TENSIVA

La cefalea tensiva è la forma più diffusa di “mal di testa”. L’insorgenza della cefalea tensiva è nell’età giovanile, con un successivo declino nell’età presenile.
Questo tipo di mal di testa, può essere sia episodico (se capita raramente), sia cronico, se si presenta per più di 15 giorni in un mese o per oltre 6 mesi l’anno. La forma episodica è causata da sforzi o errori di postura, mentre quella cronica dipende da modificazioni funzionali del sistema nervoso centrale.
Le principali caratteristiche della cefalea tensiva sono:

  1. dolore, lieve o moderato, localizzato in zona frontale o a livello della nuca (zona occipitale);
  2. dolore percepito come un peso o un cerchio alla testa, tipo morsa o pressione, mai pulsante ma ondulante
  3. può durare da mezz’ora a una settimana;
  4. non peggiora con il movimento fisico;
  5. migliora con attività e specifici esercizi rilassanti;
  6. in genere non è associata ad altri sintomi, come il vomito;
  7. può essere accompagnata da fotofobia (il dolore è aggravato dalla luce) o fonofobia (i suoni peggiorano il mal di testa).
    1. Le cause della cefalea tensiva non sempre sono individuabili, tuttavia se si esclude la presenza di disfunzioni oromandibolari o del cavo orale e l’abuso di alcuni farmaci, occorre necessariamente prendere in considerazione la possibilità che il sintomo sia legato a stress psicosociali intensi, disturbi d’ansia o depressivi.
      La causa scatenante induce una contrazione continuativa dei muscoli intorno al capo e al collo determinando un danno a livello dei tessuti e quindi un processo infiammatorio.
      Nelle persone che soffrono spesso di cefalea tensiva, i meccanismi di controllo di questo percorso non funzionano in maniera corretta. Questo provoca un’ulteriore contrazione muscolare determinando nuovamente uno stimolo doloroso e creando, quindi, un meccanismo che, se non viene interrotto, rischia di alimentasi e amplificarsi. In questi casi, può essere utile intervenire con un aiuto farmacologico (analgesico) che interrompa ai primi sintomi questo flusso.

      STANCHEZZA CRONICA

      Quando si parla di stanchezza cronica si riferisce a una spossatezza molto grave, sia mentale che fisica, che si determina anche con uno sforzo fisico minimo e che differisce dalla sonnolenza e dalla mancanza di motivazione.
      La stanchezza cronica è una situazione che può accompagnarsi a svariate situazioni sia fisiologiche che patologiche. E’ normale essere affaticati dopo un intenso sforzo fisico o psichico, anche se la qualità della stanchezza nei due casi è diversa. Ma è normale nella misura in cui la persona riesce a recuperare spontaneamente e pienamente la situazione di benessere che precedeva l’episodio “affaticante”. Il recupero, quindi, perché la stanchezza sia considerata normale, deve essere completo e raggiunto in tempi rapidi: si può parlare, in questo caso, di forma “acuta” di stanchezza e non di stanchezza cronica.
      L’accumulo della stanchezza nel tempo è invece segno di cronicizzazione. Per essere considerata stanchezza cronica e patologica, questa deve essere percepita dal paziente come inusuale o anormale, del tutto sproporzionata rispetto al grado di esercizio o di attività della persona, e non in grado di regredire né con il riposo né con il sonno.
      Fondamentalmente, si possono osservare due situazioni paradigmatiche. In un primo caso, probabilmente il più comune, l’accumulo della stanchezza è il segno della cronicizzazione della situazione “stressante” che ne è alla base; è la situazione più frequentemente osservata nella forma di stanchezza cronica che si accompagna all’eccesso di stimoli psicofisici. Nel secondo caso, la stanchezza si cronicizza in assenza di un significativo stimolo cronico di tipo fisico o psichico; in questo caso, la “stanchezza” diventa a pieno titolo il sintomo di una malattia che va sempre attentamente indagata (ipotiroidismo, epatite B o C cronica, tumori).
      Se si esclude l’esistenza di condizioni mediche patologiche, la stanchezza cronica può essere un sintomo associato a fibromialgia, stress, sindromi ansiose e depressive, anoressia nervosa, abuso di sostanze alcoliche.